Il popolo Thai ha perso un padre

Il popolo Thai ha perso un padre

Il 13 ottobre alle ore 15.52 moriva il Re di Tailandia. Un uomo già anziano e malato che da anni viveva in un appartamento allestito per lui all’ospedale Siriraj. Il suo regno sembrava interminabile, 70 anni alla guida del Paese degli uomini liberi. Nel 1946 Bhumibol Adulyadej succedeva a suo fratello Re Ananda Mahidol morto in circostanze misteriose. Aveva solo 19 anni, il suo aspetto gracile, il suo volto serio, come di un uomo che sembrava non conoscere il sorriso, avrebbero scavato un solco indelebile nel cuore dei suoi sudditi.

fb_img_1476775398799I quasi 30 millioni di turisti che visitano ogni anno la Tailandia non possono non notare l’immagine del Re, affissa su ogni edificio pubblico.  All’entrata di ogni città, di ogni paese una scritta dai caratteri gotici augura “lunga vita al Re”, padre della nazione, signore di tutta la terra, guida saggia del suo popolo. In ogni casa è appesa una foto del sovrano illuminato, a volte sgualcita, ma sempre impreziosita da un piccolo altarino. Spesso il Re è raffigurato durante i festeggiamenti del suo 60esimo anniversario di regno; il sovrano è vestito con un manto d’oro e saluta una folla oceanica sorridente ed emozionata.

Il padre del Popolo tailandese non c’è più. Toei, una ragazza di 25 anni che lavora all’università, non ha dormito da quando Bhumibol Adulyadej ci ha lasciato, e sono passati tre giorni. Oom mi ha detto che la morte del Re ha lasciato in lei una ferita che non si rimarginerà più.  Quando ha avuto la notizia non riusciva a darsi pace, non riusciva a trattere le lacrime, qualcosa in lei se n’era andata con il suo Re.

Il giorno dopo la morte il feretro è stato trasportato dall’ospedale per essere esposto nel palazzo reale; al passaggio della salma reale decine di migliaia di persone, vestite di nero, con il volto sconvolto, si sono riversate in strada per mostrare rispetto, devozione e riconoscenza al grande sovrano che tanto ha fatto per il suo amato popolo.

Tutti membri delle differenti religioni devono pregare per nove giorni e il lutto si protrarrà per un mese. Una parrocchiana aveva previsto di sposarsi, aveva prenotato l’albergo, il gruppo musicale che avrebbe dovuto animare il lieto evento era pronto. Ha dovuto disdire tutto e l’albergo non ha preteso nessun rimborso perchè tutti sanno che in questo mese di lutto non è ammesso nessun genere di festeggiamenti. Anche noi Oblati possiamo celebrare i 200 anni della Congregazione, il 19 novembre, ma la festa deve essere discreta, non è ammesso nessun programma dopo la messa e la musica di sottofondo, durante il pranzo, non è consona al momento che il popolo tailandese sta vivendo.

fb_img_1476775308270In questo mese di lutto tutti i tailandesi, ma anche gli stranieri che vivono in Tailandia, sono invitati a vestire il colore del lutto. È un’esperienza unica girare per le strade, partecipare ad un incontro, celebrare la messa la domenica e trovarsi di fronte ad un mare di persone vestite rigorosamente di nero. Se nel mese di lutto il nero è obbligatorio per tutti, da ora e per un anno tutti  i dipendenti pubblici e coloro che hanno vasta visibilità dovranno indossare, sempre, il nero del lutto. Qualche giorno fa il taxista che mi accompagnava in città è stato fermato dalla polizia perchè indossava una maglietta di un colore non adatto, la polizia lo ha rimproverato e lo ha invitato a rispettare il dolore del popolo. Tutti i siti internet tailandesi sono rigorasamente in bianco e nero.

Essere testimone di un evento simile è come essere afferrato da vortice che confonde le idee, che scuote alla radice la cultura sulla quale poggia la mia esistenza. Il dolore si è dilatato, non è il dolore di una famiglia che perde una persona amata, non è il dolore, un po’ superficiale, di un Paese o di una città che perde una persona importante, ma è il dolore di tutti i membri di una nazione che hanno perso il padre, colui che ha dato loro una identità e uno scopo. Quando questa identità non era chiara o lo scopo non a portata di mano, Bhumibol Adulyadej è stato una guida saggia per i suoi sudditi che lo hanno sempre trovato accanto a loro nei momenti più difficili. La parola del Re è sempre stata parca, ma derimente, ha composto divisioni laceranti e portato pace la dove ormai la parola non riusciva più a ricostruire la concordia. Uno straniero, che pur ama questo paese e conosce le sue tradizioni, deve gestire sentimenti contrastanti, deve affrontare la fatica di conciliare il suo modo di vedere le cose, i suoi sentimenti, con una manifestazione culturale che forse solo nei secoli passati era retaggio della sua gente.

Ora il popolo tailandese si sente orfano, non ha più un padre e per i sudditi di Bhumibol Adulyadej si apre una stagione nuova che forse cambierà per sempre il loro Paese, la loro mentalità. Staremo a vedere.