“Missione vecchio stile”

Molti anni fa ho deciso di fare il missionario. Pensavo ai paesi lontani, a terre incognite e a villaggi sperduti. Insomma, come tanti altri, la mia idea di missione era uno stereotipo, un luogo comune. La missione “vecchio stile” non è più quella di vivere lontani dal mondo conosciuto e io ne ho fatto esperienza negli anni trascorsi in Tailandia, qui ho vissuto nelle case di formazione, ho fatto il parroco di una grossa parrocchia situata in una metropoli, ho seguito gruppi di rifugiati sbarcati a Bangkok da chissà dove, ho visitato i detenuti in alcune prigione della capitale tailandese. Quando sono partito da casa non avevo certo in mente questo tipo di missione, ma la vita aiuta a calarsi nella realtà.

Un paio di mesi fa il mio superiore mi ha comunicato la mia nuova destinazione: Mankhaw. Non ha detto di più. Tutto è cambiato. Ho scoperto che la missione “vecchio stile” esiste ancora. Molti dei mai parrocchiani avrebbero voluto accompagnarmi alla mia nuova destinazione, come si usa qui,  ma non se la sono sentita พ่อไม่ไหวche tradotto un po’ alla buona significa: “Impossibile arrivare la in cima” e non se la sono sentita di arrampicarsi fino al villaggio.

Il 3 maggio mi sono state consegnate le chiavi di una Toyota Vigo 4*4, un cosiddetto pickup. Quando ho messo in moto ho capito che qualcosa nella mia vita stava cambiando. Erano le quattro e mezza del pomeriggio. Aveva appena smesso di piovere. Il cielo era ancora scuro, ma in lontananza, un lieve chiarore annunciava che il finimondo era passato e quindi potevo partire. Ero solo e un po’ preoccupato perchè il mio telefono era scarico. Mi attendevano quasi due ore di viaggio e non sapevo come sarebbero state le condizioni della strada, non sapevo nemmeno se quella sera sarei arrivato a destinazione o se avessi dovuto fermarmi a pernottare lungo la via a causa della pioggia che spesso rende impraticabile la via.

Mentre attraversavo le risaie pensavo alle persone che mi avevano mostrato il loro affetto in parrocchia e sentivo che un po’ mi mancavano, pensavo alle varie attività appena concluse e mi rendevo conto che l’esperienza passata a Saphanmai era stata un vero dono di Dio.

Intanto la strada cominciava a salire e tra un tornante all’altro si inerpicava sul costone della montagna. Era piacevole attraversare i villaggi e vedere i ragazzini giocare mentre le galline attraversavano la strada. Mano a mano che salivo vedevo lo spettacolo della cittadina sottostante e pensavo che da ora in poi avrei vissuto in un ambiete molto diverso. Dopo tre quarti d’ora di viaggio ero in cima al monte, 1700 metri di altitudine, e avevo raggiunto un grosso villaggio Hmong, una delle tribù delle montagne stanziate in quella zona. Una grande croce bianca si innalzava al centro del villaggio ad indicare che i protestanti ci avevano preceduto, ma, vedendola, ero contento perchè mi sentivo come in famiglia. Superato il villaggio iniziava la mia avventura, finiva la strada asfaltata e iniziava un sentiero sterrato usato, per lo più, dai trattori che vanno nei campi.

Il sole ormai stava calando e i colori diventavano più morbidi e piacevoli. Stava scendendo la sera quando iniziai il sentiro sterrato con la mia 4per4. Mi dirigevo verso ovest, incontro al sole calante e sembrava che nessuno osasse andare in quella direzione che portava nel profondo della foresta. Mentre guidavo in balia di un terreno, a dir poco, scosceso e con l’animo un po’ in apprensione perchè il mio telefono era ormai sul punto di morte, incrociavo altre auto, motorini, gente a piedi che veniva in direzione opposta, gente che stava tornando a casa dai campi. In fondo al cuore mi chiedevo se davvero avevo preso la direzione giusta, mi chiedevo chi me lo faceva fare di andare così lontano dove sembrava nessuno volesse andare. Intanto il cielo si era tinto di rosso e le valli arate a riquadri regolari erano uno spettacolo. La foresta, il cui verde intenso spiccava all’ora del tramonto, dominava il paesaggio. La mia auto sembrava non preoccuparsi nè delle buche nè dei pendii scoscesi, nè si dava pena sfiorando il ciglio della strada, sul precipizio, e questa sicurezza mi dava conforto.

Erano quasi le sette di sera quando intravvidi il villaggio dal colle dove passava la strada, sembrava un piccolo presepe punteggiato di luci. Non c’erano illuminazioni particolari solo una o due lampadine per abitazione.

Avevo raggiunto la mia destinazione, la mia nuova missione. Mi sentii sollevato nel tirare il freno a mano davanti alla casetta parrocchiale. Ero stanco, avevo viaggiato tutta la giornata perchè quel piccolo villaggio dista sette-otto ore da Bangkok, ma ero contento di vedere i catechisti venuti ad accogliermi e ad aiutarmi a scaricare il bagaglio.

Entrato in casa mi resi conto che la missione “vecchio stile” non è poi uno stereotipo, in quel momento mi è venuta in mente una foto scattata quasi settant’anni fa, un’immagine che mi ha sempre impressionato per il coraggio e la fede dell’uomo che vi era ritratto. Un missionario seduto al suo tavolo, in una stanza di due metri per due quasi completamente vuota perchè nulla poteva starci oltre a lui e il suo tavolo. Quell’uomo, con le dita poggiate sulla tastiera di una vacchia macchina da scrivere, era intento a preparare qualcosa di importante visto com’era concentrato. Quel missionario viveva in un villaggio in mezzo alle montagne del Laos raggiungibile solo a piedi. La mia stanza non è più grande della sua, ma almeno non devo farmi tutto il tragitto a piedi.