Cento anni di montagna

Cento anni di montagna

Qualche giorno fa sono andato a trovare un’anziana signora del villaggio, era seduta in una stuoia, in una zona rialzata della sua casa di lamiera. Un bel sorriso su un volto scavato da mille rughe; gli occhi ancora luminosi.

Si chiama Pa Mi (zia Mi) e ha quasi cento anni (nemmeno lei ricorda con esattezza la sua età) la signora che ha avuto una vita piuttosto movimentata e certo non facile. È nata in una zona di confine tra Laos e Tailandia. Al tempo della sua giovinezza non c’erano confini, mi diceva, e lei e la famiglia avevano di campi da entrambe le parti della frontira “non era come oggi – precisa -. Quando si lavoravano i campi di montagna si viveva per intere stagione in una baracca costruita nel podere e si ritornava al villaggio solo raramente. Nessuno ci faceva caso, era la vita. Non si chiedevano visti o permessi, semplicemente si lavorava la dove era la proprietà”.

Intorno al 1975 tutto è cambiato. I Pathet Lao hanno conquistato il potere in Laos, il governo tailandese, già preoccupato per i problemi interne con frange sedicenti comuiste, ha cominciato a controllare il confine con il Laos da dove arrivava la minaccia di una invazione, e poi la decisione, drastica e irrevocabile: Nessuno puo’ più attraversare la frontiera senza documenti che certifichino la nazionalità.

Noi – dice l’anziana signora – non avevamo nessun tipo di documenti, non ci erano mai serviti, tutti sapevano che eravamo Thai, magari con accento laotiano, ma tailandesi di nascita e cosi, da un giorno all’altro, siamo diventati dei rifugiati nella nostra terra”. Da quel giorno il popolo di Mankhaw ha cominciato la sua peregrinazione: 13 anni a Nan, dove la Tailandia del Nord confina con il Laos, in un campo profughi gestito dall’ONU, poi, alla fine degli anni ’80, a Payao, sempre al Nord, ma una zona più centrale, poi nel Nord-Est a Nakhorn Phanom, al di qua del grande fiume Meekong. Ormai il governo li aveva riconosciuti come tailandesi, ma ancora non avevano alcun tipo di documenti e per iniziare un processo di integrazione ha trovato una terra di montagna dove queste persone potessero ricominciare. Alla notizia dell’imminente trasferimento gli abitanti della zona si rifiutarono di accoglierli e il gruppo di rifugiati dovettero spostarsi ancora più lontano, in una zona più impervia, in mezzo ai monti, una zona difficilmente raggiungibile. “Non c’erano strade solo un sentiero fangoso, non c’erano case e abbiamo dovuto costruire delle baracche che poi sono diventate le nostre case, per fortuna c’era l’acqua e abbiamo così cominciato a lavorare la terra”.

Gli abitanti di Mankhaw affittano dei campi proprio da coloro che non gli hanno voluti nel loro territorio, a volte comprano dei piccoli appezzamenti di terra e così sopravvivono. La signora Pa Mi è andata nei campi fino a pochi anni fa, ora, mi dice, “non ce la faccio proprio più ad arrampicarmi nei ripidi pendii che mi davano da mangiare, ora dipendo dai miei figli, da quello che mi danno e anche loro non hanno molto”.

Dopo tanti anni da quel 1975 le cose sono molto cambiate, la povertà è rimasta, ma non è quella di un tempo. Il lavoro nei campi è sempre duro, ma il fine settimana tutti rientrano al villaggio e, magari, trovano il tempo per andare a messa. I giovani cercano un posto di lavoro in città dove sono meglio retribuiti e la loro vita non dipende dai capricci del tempo o dalle necessità giornaliere dei grandi coltivatori della zona.

Io sono vecchia – mi dice con una certa rassegnazione la signora Pa Mi –  me ne sto andando e ho l’impressione che anche il mio mondo stia venendo con me. In fondo questa è la vita: un cammino aperto alla scoperta di sempre nuovi mondi. Io sono arrivata fino a qui, ora i miei figli e i miei nipoti hanno il compito di continuare la strada”.