Il passaggio: “siete di ritorno vero? Salite!”

È venerdì pomeriggio e sto’ salendo al villaggio di Mankhaw. La settimana appena trascorsa è stata intensa: lunedì ci siamo trovati per il nostro solito incontro di comunità, martedì e mercoledì ho fatto un viaggio fino al confine con la Birmania, mercoledì ho trascorso la giornata con il mio confratello che aveva bisogno di una mano a Phechabun, giovedì ho fatto i conti per la Delegazione e venerdì, finalmente, sono tornato al villaggio.

La strada è lunga e scoscesa, ma è piacevole salire su per il pendio delle montagna e godersi ogni volta il paesaggio che cambia col cambiare dell’altitudine. La pioggia mi aspetta all’inizio della salita, poi entro nelle nuvole e si guida quasi alla cieca. Salgo ancora e il sole dipinge il paesaggio di colori straordinari fino in cima al costone, poi la discesa, fino al villaggio Hmong. La strada finisce all’estremità della zona abitata dove comincia una specie di sentiero sterrato che mi accompagna fino alla porta di casa.

Il sole comincia a scendere quando arrivo sul finire del villaggio dove inizia il sentiro fangoso, i contadini più abbienti, con i loro fuoristrada stracarichi di verze, stanno andando al mercato in valle. Molti rientrano a casa in motorino. Fa una certa tenerezza vedere le giovani coppie rientrare dai campi in sella alla loro moto, aggrappati l’uno all’altra per non cadare dal mezzo e ridere divertiti quando la moto si impantana e non riesce più ad andare avanti o magari quando prende una buca che li fa sobbalzare violentemente. Anche le famiglie rientrano, verso sera, al villaggio, tre, quattro persone sul motorino, in mezzo ad un pantano che non da tregua.

Io vado lento per la mia strada e mi diverte vedere queste scene di una umanità semplice, che lotta, contro una natura non sempre accomodante, con spirito di allegria, quasi fosse un gioco quell’andare e venire dal loro podere. Ogni tanto qualcuno si attarda e allora puoi scorgere una stuoia in un angolo della risaia con un bambino di pochi mesi che gioca tranquillo mentre i genitori stanno liberando le piante di riso dall’erba.

Molta gente, specie i contadini più poveri o anziani, non hanno mezzi trasporto per questo partono la mattina presto e vanno ai campi, magari vi rimangono per tutta la settinama per poi tornare al villaggio solo il venerdì o il sabato sera. Sembra si diano appuntamento, li vedi camminare solitari, ma poi incontrano un conoscente o un parente e fanno un pezzo di strada insieme, poi ne incontrano una altro e un altro ancora mano a mano che si avviciano al villaggio. Ormai riconosco i volti dei miei parrocchiani e quando li incontro so dove stanno andando, allora mi fermo, magari in cima alla salita da dove mi è più agevole ripartire. Non faccio nessun segno, non suono il clacson, non li chiamo. Mi fermo, loro ricoscono il colore della macchina, affrettano il passo e si avvicinano, abbasso il finestrino e li anticipo chiedendo loro se stanno tornando a casa. È una domanda che, se da una parte ha una risposta ovvia, dall’altra serve per non metterli in condizione di dover chiedere un passaggio  e poi magari sentirsi in debito. “Si stiamo tornando a casa” rispondono e io li invito a salire. Spesso sono anziani, ma si arrampicano sul mezzo con una certa agilità e, così, continuiamo il viaggio fino al villaggio, insieme. In macchina, nel tempo che ci resta, facciamo quattro chiacchiere, mi raccontano di come è andata la giornata e mi chiedono come ho trascorso la settimana, io domando loro se il lavoro è stato fruttuoso, se il tempo ha dato una mano, se il raccolto sarà promettente. Sono discorsi semplici di gente semplice, come siamo tutti qui, sono discorsi che non hanno a che fare con grandi teoremi, ma con la vita di tutti i giorni, con le piccole gioie di vedere le piante di riso crescere bene e anticipare un buon raccolto, con il piacere di lavorare e camminare insieme, con le preoccupazione per troppa pioggia, per l’erba che minaccia di soffocare il riso, con i piccoli dolori che l’età non risparmia a nessuno.

Ogni volta che mi fermo per dare un passaggio a qualche mio parrocchiano so che faro’ un’esperienza di umanità, una umanità con i piedi per terra, un’umanità che si rassomiglia in ogni parte del mondo. Sono pochi chilometri che percorro su quella strada sterrata, li percorro quasi a passo d’uomo, ma è come fare un viaggio intorno al mondo ed incontrare ogni uomo.

Siete di ritorno vero? Salite!” questo è il mio modo di essere missionario, semplice, ma divertente ed entusiasmante.