Briciole di eternità

C’era una volta un tavolo nella nostra sala (un ambiente aperto per gli incontri) con la gambe fatte con dei pezzi di due vecchie macchine da cucire e una tavola grezza di ไม้สักทอง, pregiato legno di tek, un ricordo, quest’ultima, di un grande albero tagliato qualche anno prima. Era messo in un angolo, quel tavolo, come una cosa vecchia e senza valore, forse perché ci volevano 4 persone per muoverlo tanto era spessa la tavola di legno.

Un giorno, passando e vedendolo in quelle condizioni, mi è venuta un’idea: “perché non risistemarlo e metterlo nella stanza degli incontri?”. Detto fatto! In una giornata di riposo ho smontato le gambe della vecchia macchina da cucire, le ho raschiate e ho passato l’antiruggine. Ho comprato uno sverniciatore e ho cominciato a togliere la vernice dalla tavola di legno massiccio. Una domenica, un mio parrocchiano, forse immaginando il lavoro fatto e quello ancora da fare e vedendo il mio amore per quel legno, si è offerto di darmi una mano, “non preoccuparti, oggi pomeriggio vengo e gli do una piallata”. Ero incerto perché il lavoro già fatto era più o meno sufficiente, ma poi ho accettato, volevo vedere tutte le venature del legno. Io intanto mi ero preparato per andare a dire la messa in un villaggio nella foresta.

La sera sono rientrato a casa, a dir il vero, un po’ stanco; la sala era buia, ho dato un’occhiata superficiale alla tavola e sono rimasto un po’ deluso: “che peccato! – mi son detto – il ben intenzionato parrocchiano ha cambiato idea”. Mi sono avvicinato e c’era qualcosa di strano per terra, dei trucioli, ho guardato meglio e la tavola era stata piallata. Ho posato una mano sulla superfice e mi è passata la stanchezza, era perfettamente liscia, si vedeva il colore intenso del legno e tutte le venature che il tempo aveva dimenticato su quel pezzo di tavola.

Ho ripassato la mano in tutta la lunghezza del legno, quasi tre metri, ed è stato come vedere lo scorrere del tempo, tante immagini susseguirsi al passaggio delle dita. Quel pezzo di legno, così massiccio e così finemente disegnato, era un testimone della storia, di tanti avvenimenti che avevano lasciato un segno sulla sua superfice.

Quel tavolo era un arbusto non più alto di un metro quando ha visto il re Chulalongkhorn, della dinastia Chakri, nato nel 1853, prepararsi per il suo primo viaggio in Europa e, pieno di euforia, rientrare con la prima doccia da installare nel suo bagno personale. Era già grande quando i francesi forzarono le foci del Chiao Praya ed entrarono in Bangkok minacciando con i loro cannoni il Palazzo Reale, nel 1893, e il Re fu costretto a cedere al controllo francese vasti territori nel Nord-Est del Paese.

Nel 1937, durante la “Rivoluzione” che sanzionò la fine della monarchia assoluta in Tailandia, il mio albero era ormai grosso e adulto e resisteva al soffio dei venti freddi dell’inverno e alle piogge torrenziali dell’estate. Il passaggio delle truppe giapponesi in Tailandia, durante la seconda guerra mondiale, non intimorì la pianta dal possente tronco e dalle radici profonde. Non si curò neppure della misteriosa morte del suo re nel 1946 quando il sovrano fu trovato esanime nella sua stanza da letto con la porta sbarrata e le guardie che avrebbero dovuto proteggerlo attonite all’uscio.

Forse il mio albero ha incontrato Phumiphon Aduyadet, uno dei sovrani più longevi della storia, mentre veniva personalmente a fare visita ai suoi sudditi sulle montagne. La grande pianta è stata testimone degli amori e delle angosce di tanti giovani trascinati su queste montagne da una grande voglia di cambiamento, dal desiderio di una vita nuova dove tutti hanno le stesse opportunità, da una certa idea di fraternità universale, magari da conquistare anche con la rivoluzione. Ha visto combattere questi giovani contro altri giovani della loro età, meglio organizzati e vestiti tutti uguali senza illusioni né sogni, ma con il solo desiderio di prendere il loro salario e tornare a casa.

E poi, un giorno, nella stagione delle piogge, una piccola larva ha cominciato a rosicchiare la corteccia del grande vecchio. È entrata piano piano nelle profondità del tronco, e sulle sue verdi foglie, in alto, sulla chioma, sono comparse striature mai viste. Alcune foglie hanno cominciato a cadere; i rami più esposti diventavano insensibili e fragili. Quel piccolo essere venuto dalla terra, che non sarebbe sopravvissuto alla stagione secca, aveva trovato casa nel tronco del grande albero e, senza fare troppo rumore, si impossessava della sua vita centenaria.

E poi è stato abbattuto. Il suo possente tronco giaceva a terra. Il tempo, che sembrava aver trovato un testimone affidabile del suo scorrere, era rimasto ancora deluso e avrebbe dovuto continuare il suo corso solitario. Le vestigia di quella grande pianta, che sembrava inattaccabile, erano lì, quella sera, sotto le mie dita. Il disegno di quel legno portava l’impronta dei tanti giorni passati, indicava la bellezza di una esperienza unica ed irripetibile, ma condivideva la sorte di ciò che è effimero, passeggero.

Ho levigato quella tavola, l’ho verniciata e diventerà il punto di appoggio dei nostri incontri, sarà lì a ricordarci la bellezza di non essere eterni, ci indicherà la via dell’umiltà davanti al tempo che passa, ma ci ricorderà anche che è un peccato non godere delle piccole gioie passeggere che ci vengono regalate ogni giorno.