“Poveri e contenti?“

“Poveri e contenti?“

Se la ricchezza non fa la felicità, figuriamoci la povertà” questo detto è una “perla di sapienza” di un signore che non puo’ certo lamentarsi della sua condizione finanziaria. Pensavo a queste cose mentre mi dirigevo verso la “casa” di una famiglia di Mankhaw, il villaggio in montagna dove lavoro. Camminando per la via principale di questo agglomerato di case di bambù, riflettevo sulla povertà dei miei parrocchiani e giungevo alla conclusione che, certo, la povertà, quella imposta, quella che ti fa patire a volte la fame, quella che ti obbliga ad andare ai campi a piedi ogni giorno, quella che non ti permette di andare dal medico per curarti, non è certo una benedizione. La povertà che garantisce la dignità, pensavo, è quella scelta, quella per la quale non ti pesa avere solo l’essenziale, quella che ti libera da tante cose superflue, quella che non è una battaglia giornaliera per la sopravvivenza.

Davanti alla porta di lamiera della casa dei miei parrocchiani questi pensieri si evaporarono, era il momento di pensare alle persone che dovevo incontrare. Prima di arrampicarmi sui quattro gradini di legno mi sono tolto gli scarponi, ormai completamente impantanti, e poi sono entrato. La coppia mi attendeva in un angolo quasi buio della grande stanza. Il pavimento di bambù scricchiolava ad ogni passo e avevo la sensazione che potesse inghiottirmi da un memento all’altro. Mi sono seduto sul pavimento accanto a loro e ad un primo sguardo, un po’ sommario, mi sorprendeva e mi incuriosiva l’ampiezza della casa; perchè mai due anziani, soli, vivono uno spazio così ampio? Intanto ci siamo messi a parlare, come al solito, di salute, di piccoli dolori che rendono la vecchiaia così poco piacevole. Si lamentavano un po’, i miei interlocutori, ma senza astio verso gli anni che avevano rubato loro le gioie della vita.

Una vita difficile quella di NAI CHEAN e NANG KEN, una battaglia giornaliera per la sopravvivenza. Sono dei rifugiati che hanno conosciuto la sofferenza dei “campi profughi” e l’abbandono di un governo non interessato al loro destino. Hanno circa 80 anni, ma nemmeno loro sanno esattamente quando sono nati, e dopo aver trascorso più di una decina d’anni in baracche di lamiera in giro per la Tailandia, il governo li ha trasferiti a Mankhaw. A dire il vero avrebbero dovuto installarsi in un paese poco distante, ma gli abitanti della zona li hanno cacciati all’interno della foresta. La figlia SEN dice che quello è stato il periodo più duro della sua vita: “non avevamo assolutamente nulla, nessuno si interessava di noi, ci hanno dato pochi soldi e ci hanno detto di arrangirci, spesso non mangiavamo, dovevamo andare nella foresta per rimediare qualcosa, ma non sempre trovavamo di che sfamarci. Mia sorella più grande ha dovuto lasciare la famiglia ed andare a lavorare in pianura così da poter inviarci qualche soldo per mangiare”.

I coniugi non si soffermano tanto su questo argomento, sono piuttosto distratti da una bambina di circa due anni che gira per la casa e seguono il suo arrampicarsi sui diversi piani della grande stanza con la coda dell’occhio. A quel punto mi sento di chiedere chi è quella bambina e quella semplice domanda apre un nuovo orizzonte nel quale si sentono molto più a loro agio: la loro famiglia. In pochi minuti ho l’opportunità di capire l’antropologia del gruppo al quale sono stato mandato per la mia missione ed è una scoperta straordinaria.

Abbiamo otto figli, tre sono morti, ma gli altri cique ci hanno dato quindici nipoti e otto pronipoti che sono la gioia della nostra casa. Noi viviamo quasi tutti qui intorno, le figlie quando si sposano non possono allontanarsi dalla casa paterna, e noi ci consideriamo una famiglia unita infatti non abbiamo mai litigato” mi dice NAI CHEAN. In poche semplici frasi svela il mistero al quale ero aggrappato fin dal primo momento: le dimensioni della casa. “questa casa- mi dice – ha nove stanze, costruite un  po’ alla volta, una per noi le altre per i figli.” Al centro la camera dei genitori e intorno piccolissime stanzette per i ciascuno dei figli, poi un grande spazio dove poter raccogliersi per mangiare insieme. Ora la casa è vuota, ma mi sembra di sentire il vociare di questa grande famiglia, mi sembra di vedere i bambini giocare insieme, correre avanti e indietro per le stanze degli zii e delle zie, in perenne penombra, come in un castello incantato. Quella casa non era solo un ambiente dove vivere, ma piuttosto una fucina di relazioni, una scuola di umanità. Negli anni più popolosi quegli spazi dovevano esercitare chi li abitava all’accoglienza, al rispetto, al superamento di se stessi, all’attenzione all’altro. Non si poteva essere egocentrici, non potevano esistere tensioni indissolubili, rancori eterni, ma tutto doveva essere risolto nel minor tempo possibile per non rendere quel crocevia di umanità un inferno invivibile. “Nella nostra famiglia ognuno si prende cura dell’altro” mi diceva NANG KEN  e questa affermazione doveva certo rispecchiare la situazione di quella casa. “Ma ora non vi sentite soli che tutti i figli vivono per conto loro – mi viene da chiedere sentendo il silenzio di quelle mura?-”, “No, per niente – mi dice NAI CHEAN -, noi siamo vecchi ormai e forse abbiamo bisogno di un po’ di tranquillità, ma qui la pace non è mai troppa perchè i figli, le figlie e i nipoti che vivono qui vicino vengono a farci visita ogni giorno, ci portano da mangiare e rompono la nostra solitudine e io, quando sto con loro, mi sento il capostipide di una dinastia, mi sento orgoglioso di aver dato il mio contributo alla nostra società”.

Dopo questa piacevole conversazione mi sono alzato con nella memoria la foto di questi due anziani con le loro figlie seduti su un ripiano un po’ illuminato della loro povera casa che, a quel punto, mi sembrava più un castello che una dimora fatta di bambù e di lamiera, dove il sovrano e la sua anziana consorte regnavano in modo saggio dispensando benessere e pace.

Fuori da quella capanna, mentre i miei scarponi affondavano nel fango, mi tornavano alla mente alcune immagini viste nel mio villaggio di Mankhaw: gli anziani che si prendono cura dei loro nipoti e di quelli degli altri; le mamme che accudiscono i loro figli, ma che non tralasciano quelli dei vicini; gli anziani che si conoscono tutti per nome, sanno le storie di ciascuno e si trattano con rispetto; alcune giovani famiglie che prendono in casa bambini di parenti in difficoltà. Questo villaggio mi sembra una grande famiglia, certo come in ogni famiglia ci sono dei problemi, delle tensioni, ma la povertà ha abituato, o forse costretto questa gente, alla solidarità, alla collaborazione, li ha obbligati a godere delle cose essenziali e non trascurabili che sorreggono ogni esistenza.

SEN mi ha detto che ora le cose vanno meglio, c’è lavoro e con il lavoro arrivano i soldi, ma questo sta cambiando anche i rapporti tra la gente del villaggio. I più giovani, quelli che hanno la forza di lavorare a giornata regolarmente, riescono ad avere un buon salario, possono finalmente costruirsi la casa, ma le loro famiglie si rimpiccioliscono e tutto sembra più difficile.

Certo non si puo’ arrestare il cambiamento del nostro mondo, ma storie di questo genere copliscono profondamente perchè parlano di un mondo antico, che forse sta scomparendo, ma che tuttavia ci regala un messaggio di speranza.