Il sorriso della Vita

Il sorriso della Vita

Quando incontro una persona handicappata, che sorride, mi si apre il cuore perche’ sento che la vita e’ piu’ forte del dolore, della rassegnazione e del senso di sconfitta” queste le parole di padre June Ongart durante una conversazione informale, ma molto stimolante.

Padre June è un giovane prete, ordinato appena sette anni fa, che ha il dono innato di superare le barriere e creare intimità con ogni persona che incontra. Il suo sorriso mette l’interlocutore a proprio agio e la sua predisposizione all’ascolto apre la strada ad un dialogo profondo ed intimo.

Questo missionario Oblato di Maria Immacolata ha una predilezione per i poveri e con loro riesce sempre ad instaurare un rapporto di fiducia e di stima. Il suo modo di servire questi fratelli non ha nulla di paternalistico, al contrario, le persone disagiate vedono in lui un fratello, uno della famiglia che si prende cura di loro e non trovano strano il suo modo di servirli.

Il campo d’azione di p. June è ampio, è il parroco di una parrocchia del centro di Petchabun, Nostra Signora di Lourdes, ma questo impegno non sembra sufficente per lui. Aiuta le suore di una grande scuola di quella città, Saint Joseph School, ma anche questo lavoro lo considera quasi un passatempo. Il suo interesse è per i poveri, per gli ultimi e la “frontiera”, come la chiama papa Francesco, è la dimensione naturale nella quale si muove p. June. Gli ultimi, lui, non li aspetta in parrocchia, non attende che siano loro a cercarlo, p. June li va quasi a scovare nelle loro case e non è contento finchè non li ha trovati, finchè non si siede accanto a loro e passa ore a chiaccherare con loro. “ Per me – dice – la povertà, il disagio è una grande lezione. Mi chiedo sempre come fa una persone handicappata, povera, abbandonata ad essere felice e quando mi siedo accanto a loro, quando li ascolto, scopro il loro mondo, un mondo di sofferenza certo, ma anche un mondo di lotta contro lo sconforto e la disperazione che le rende forti e atte a vincere la battaglia della depressione. Ill sorriso che vedo sulle loro labbra mi dice che la vita è più forte del dolore, che la vita ha senso anche quando l’evidenza sembra negarlo. Le loro storie sono una grande lezione per me che mi aiutano a fare una esperienza di fede, vedo Dio al lavoro dentro il dolore.

Padre June viaggia tutto il giorno. Spesso rincasa a sera tarda o dopo cena esce perchè qualcuno lo chiama e gli chiede un aiuto. La sua vita non ha regole se non le regole dei poveri e questo la rende – dice, – vivace e piena di sorprese.

Il campo d’azione di questo missionario è vasto: segue gli handicappati dei villaggi dove lavora, costruisce loro delle piccole casette dove possono stare; chiede delle sedie a rotelle perchè si possano muovere con più facilità; cerca lavoro per coloro che sono disoccupati e che non hanno nessuna formazione e ,forse, nemmeno tanta voglia di lavore. Porta i malati all’ospedale e sbriga le pratiche che essi non sono in grado di completare, parla con i medici e segue i degenti quando tornano a casa. Ma l’impegno più importante egli ritiene sia quello con i ragazzi, con i bambini. “I giovani – dice – devono sudiare, devono preparsi alla vita altrimenti non hanno nessuna opportunità di una esistenza decente, devono vivere in un ambiente che li valorizzi e li aiuti a crescere serenamente”. Per loro p. June cerca delle scuole che li possano accogliere, dà loro uno spazio nella sua parrocchia, costruisce letti a castello perchè possano stare da lui senza dover pagare un alloggio che, perarltro, non potrebbero permettersi, li va a trovare, parla con loro se per caso non riescono ad inserirsi nella scuola dove li ha inviati.

Padre June è un Pakayo, una tribù del Nord della Tailandia, non parla molto, di solito, ma durante la conversazione si anima, alza quasi la voce e sembra che le persone di cui parla siano li, davanti a lui, con tutti i loro problemi e le loro necessità e lui sente che deve fare qualcosa, che deve farlo subito, che non puo’ lasciar passare altro tempo perchè hanno già aspettato abbastanza.

quando incontro i poveri, gli handicappati, magari bambini sieropositivi, mi dico che non è giusto, che non è loro la colpa, mi dico che non hanno fatto nulla di male per meritarsi di non poter camminare, di avere una vita monca a causa di una malattia che non si sono cercati e sento che devo fare qualcosa. Poi pero’ mi rassereno – dice – perchè vedo che la mia attenzione, il prendermi cura di loro li cambia. Quando vedo sulle loro labbra un sorriso, quando percepisco una nuova speranza che nasce nella loro vita, quando mi accorgo che loro stessi cominciano a dare una mano a chi è come loro, allora mi rendo conto che l’amore fa davvero miracoli e scopro che, in fondo, non solo loro, ma ciascuno di noi, ha bisogno di amore, di attenzione, di essere riconosciuto. Io questo amore l’ho ricevuto per questo sento che la mia vita ha un senso. Quello che voglio fare è dare amore perchè anche le vita di chi è disperato riacquisti dignità e significato.”

Ormai non servono più domande, p. June racconta le sue eperienze con entusiasmo e convinzione, sono proprio i piccoli fatti a dare consistenza a ciò che è già profondamente radicato nel suo cuore. “Un giorno avevo preparato il funerale di una donna abbandonata di cui avevo sentito parlare e che ero andato a visitare, perchè credevo dovesse morire da un momento all’altro, meglio non trovarsi impreparati, mi dicevo, ma poi, vedendo che qualcuno si prendeva cura di lei, sentendo che la sua vita non era poi così insignificante ed inutile, ha cominciato a riprendersi, la depressione l’ha lasciata ed ora ha una sua casetta e sorride di nuovo. Questa donna è per me un esempio “vivente” di come l’attenzione all’altro fa miracoli e credo che il mio compito di missionario sia proprio questo: dire ai poveri che Dio li ama, che pensa a loro, che non sono nè inutili nè insignificanti”.