Sacra Famiglia in Mankhaw: La chiesa dei miracoli

Sacra Famiglia in Mankhaw: La chiesa dei miracoli

Il mondo sta cambiando, non è più come una volta!” Sento spesso questa frase pronunciata con un tono di rammarico e, spesso, di preoccupazione, non solo da persone anziane ma anche da gente giovane che non riesce ad adattarsi a cambiamenti sempre più veloci ed irreversibili. È vero tutto sta cambiando e cose che davamo per solide e acquisite, valori irrevocabili, si stanno sgretolando lasciando il posto ad un cantiere in costruzione.

Anche la Chiesa sta subendo un processo di trasformazione senza precedenti che qualcuno chiama declino, ma altri definiscono come nuova opportunità. Io mi allineo con questo secondo gruppo. È vero! le chiese si stanno svuotando, le vocazioni diminuiscono tanto da far temere l’impossibilità di rispondere ai tanti bisogni del Popolo di Dio, il clero è umiliato. Ma tutto questo sta aprendo le porte ad una rivoluzione e, forse, aiuterà la Chiesa a riscoprire la sua vocazione di piccolo gregge, di manciata di lievito, aiuterà le persone semplici che seguono Cristo ad essere prossimi, vicini a chi è o si sente abbandonato, realizzando così il sogno del Vangelo.

Questa riflessione non viene da uno studio ecclesiologico e nemmeno da accurate osservazioni sociologiche, ma da una semplice esperienza fatta con un gruppo, nel mio villaggio di montagna. Poche persone semplici la cui fede non è certo molto eleborata, ma che riescono a fare dei piccoli miracoli. Non fanno camminare gli storpi, non danno la vista ai ciechi e nemmeno guariscono i malati, ma regalano un po’ di speranza a gente ormai rassegnata.

A Mankhaw c’è un gruppo  di persone che vive la spiritualità dell’Opera di Maria; è nato per caso circa 12 anni fa. Padre Paolo, il parroco di allora, voleva far crescere l’esperienza cristiana nel suo villaggio e per questo ha accompagnato un piccolo gruppo di giovani alla Mariapoli, un incontro a largo del Movimento dei Focolari.  “È stata un’esperienza entusiasmante – racconta Phet, l’attuale leader del gruppo – perchè abbiamo trovato tanta accoglienza, ci siamo sentiti subito a casa, noi che non avevamo nemmeno la nazionalità Thai. Siamo stati insieme tre giorni nella semplicità e nella gioia”. Questo gruppo di giovani è sempre stato una colonna della vita del villaggio e anche dopo aver messo su casa, aver avuto dei figli, hanno sempre trovato il tempo per mettersi al servizio della comunità.

In questo periodo non abbimo molto tempo, dobbiamo lavorare, accudire la nostra famiglia, ma ugualmente vogliano vivere come ci ha insegnato Chiara (la fondatrice del Movimento) così abbiamo pensato di andare a visitare i malati e gli anziani, la domenica pomeriggio – mi raccontava Nit, uno dei più attivi membri del gruppo – non solo i cattolici, ma anche i buddisti, i protestanti, chi ha bisogno di un po’ di compagnia insomma“. “Noi qui siamo una famiglia e cerchiamo di darci una mano”. Lo spirito di unità con confessioni diverse è vissuto qui a Mankhaw come una cosa normale: la vita e la fede di una comunità si incrocia con quella di altre comunità, senza tensioni e nel rispetto reciproco.

Ogni domenica i componenti del gruppo legato al Focolare fanno una colletta, comprano piccole cose utili e visitano i più poveri del villaggio ed è qui che si verificano i miracoli, semplic alla portata di tutti.  Qualche giorno fa Phet mi ha parlato di una persona malata che aveva bisogno dell’unzione degli infermi perché la sua situazione era, per così dire, molto incerta. Un uomo sulla sessantina era caduto dal trattore, forse per una piccola embolia. Portato a casa non riusciva più a parlare, non ricordava più nulla e si muoveva a appena. “Vieni insieme a noi, il gruppo del Focolare, questa sera – mi disse-”. Io, Phet ed il catechista arrivammo in anticipo. La situazione era davvero come mi era stata descritta e la persona era profondamente depressa; “di certo non durerà a lungo”  mi sono detto dopo essere stato un po’ con lui e intanto i membri del gruppo cominciavano ad arrivare. La mia sensazione, non proprio positiva, non cambiava nemmeno durante la celebrazione del sacramento dell’unzione degli infermi e tanto da farmi pensare che, ormai, il mio parrocchiano era alla fine. Ma poi qualcosa è cambiato. Una trasformazione, lenta ma radicale.

Finita la celebrazione i membri del gruppo hanno cominciato a parlare con lui, nel suo dialetto e, sebbene ancora non ci fossero reazioni significative, si percepiva qualcosa di nuovo. Dopo un po’ qualcuno lo ha messo a sedere e, tutti intorno, hanno cominciato a scherzare con lui e a dargli qualcosa da mangiare. Piano piano il calore di questa presenza ha cominciato a sciogliere la sua immobilità, a diradare la sua depressione e quell’uomo, che sembrava ormai consegnato ad un’altra esistenza, ha cominciato a dire qualche parola, confusa e indecifrabile, ma segno di una vita che, dentro, si stava svegliando. Alla simpatia di quella compagnia il malato reagiva con una bozza di sorriso. Sembrava come chi cammina sull’orlo di un precipizio, ma che, piano piano, comincia ad allontarsi da quel bordo vertiginoso per trovare la via sicura.

Certo il mondo sta cambiando, la chiesa sta cambiando, sta diventando sempre più povera e forse più umile, ma questa chiesa è ancora in grado di fare miracoli che, magari, non stupiscono un osservatore distratto, ma che, ad un occhio attento, rivelano tutta la sua semplice vitalità.