Centro di Formazione Madre del Perpetuo Soccorso: la casa della speranza

Centro di Formazione Madre del Perpetuo Soccorso: la casa della speranza

È una giornata insolitametne nuvolosa quando prendo il mio pickup per far visita a padre Joe Thotsaphon, un mio confratello che lavora a Kek Noi, nel Nord della Tailandia. Prendo la strada di Phitsanulok, una sinuosa lingua di asfalto che si snoda in un piacevole saliscendi per le valli di Khaw Ko. Una grande porta, che ricorda i castelli medioevali, sembra separare questo villaggio Hmong dal resto del mondo. Kek Noi è piuttosto grande, ci sono quasi 15,000 persone, tutte della stessa etnia, gente nomade in passato, ma che ora vive stanziale e coltiva i pendii e le valli di questa regione. Le case del villaggio sono una attaccata all’altra, senza ordine, i cani riposano in mezzo alla strada e le galline si rincorrono senza badare ai passanti.

Kek Noi non è Tailandia, e nonostante tutti gli abitanti abbiano la cittadinanza tailandese essi stessi non si riconoscono nelle tradizioni e, spesso, nemmeno nelle leggi del paese che li ospita. I Hmong hanno una loro lingua ed uno stile di vita proprio che i contatti con la cultura Thai non riescono a scalfire. Le loro case non hanno finestre per evitare che gli spiriti maligni possano entrare, le porte non sono mai una in corrispondenza dell’altra per impedire allo spirito protettore della famiglia di uscire.  I Hmong non seppelliscono i loro moriti nei cimiteri, ma ogni famiglia sceglie un posto remoto nelle montagne dove far riposare il defunto prima del grande viaggio di ritorno. Se Thai vuol dire uomino libero, i Hmong fanno della libertà personale il loro carattere distintivo, quasi una religione che influenza radicalmente il loro modo di vivere.

Padre Joe mi aspetta intento a costruire una serra dove piantare verdura per i suori ragazzi. La sua figura non passa inosservata, è alto un metro e ottanta, persa quasi 120 kili, ha un sorriso bonario e gli occhiali troppo piccoli per il suo faccione, mi accoglie con calore. Gli ho chiesto di passare un po’ di tempo con i ragazzini che accoglie nella sua canonica per capire il senso di questa straordinaria esperienza, un “Centro di formazione per bambini e giovani”.  “Il nome di questo Centro, nato circa 25 anni fa, puo’ trarre in inganno – mi dice – perchè ha avuto una grande evoluzione, in fondo le necessità dei poveri cambiano e noi ci dobbiamo adattare”. L’idea del Centro si ispirava al metodo di formazione buddista, i monaci accolgono nei loro monasteri i ragazzi e i giovani, danno loro una formazione scolastica e religiosa e li preparano ad essere delle guide nei loro villaggi. In Tailandia si vedono schiere di piccoli monaci che frequentano le scuole delle pagode per fare esperienza di  “vita monastica” e poi trasmettere questa conoscenza alle gente dei loro villaggi, persone che non possono assentarsi dai campi per entrare in monastero nè ricevere una formazione adeguata lontani da casa.

Per un certo periodo il Centro è stato, e forse in parte ancora lo è, uno strumento di formazione per futuri leader nelle comunità Hmong che la parrocchia serve, ma il parrocco ha dovuto adattare la struttura a nuove urgenze: i bisogni primari e improrogabili dei bambini e dei ragazzi che lui incontra nella visita ai villaggi.

La società Hmong è una società patriarcale basata sulla famiglia allargata e i legami nel gruppo che viveva in zone remote e spesso irraggiungibili delle montagna erano particolarmente forti. I bambini, nati da famiglie, spesso poligamiche, erano numerosi in questi insediamenti e tutta la comunità si prendeva cura di loro. Il legame paterno o materno, quindi, era debole visto che ad allevarli avevano provveduto nonni, zii o magarari qualche parente.

Oggi però la situazione è molto cambiata, i Hmong sono diventati un popolo stanziale, non lavorano più in zone remote e chiuse, spesso non fanno nemmeno i contadini, ma scendono in città per procurarsi da vivere. Le risorse non sono più condivise come un tempo e questo genera scarsità, chi ne soffre di più sono i bambini. Le famiglie Hmong non conoscono la pianificazione familiare e le gravidanze indesiderate abbondano, tanti neonati sono figli di genitori bambini i quali non hanno abbastanza risorse per il sostentamento dei figli e ancor meno per la loro formazione. Nei villaggi che p. Joe visita ci sono bambini che hanno appena il minimo per sopravvivere, spesso sono affamati o malnutruti, indossano vestiti che entrano di rado in lavatrice e a scuola, se ci vanno, non eccellono. “I genitori vengono da me – mi dice p. Joe – e mi chiedono di prendermi cura dei loro figli, di mandarli a scuola ed io non riesco a dire di no. Gli ambienti qui, in parrocchia, sono ristretti e mi consentono di accogliere solo una trentina di ragazzi. Siamo sempre pieni; quest’anno ne ho 32 e ti assicuro che non è uno scherzo”. La storia più commovente me la racconta con un sorriso di soddisfazione sulle labbra. “Un ragazzo è passato da noi – mi racconta -, così, quasi per caso, forse aveva visto giocare i suoi coetanei nel cortile e gli parevano contenti. Si è fatto il giro della casa, ha visitato la chiesa, si è fermato a pranzo con noi, e verso sera, prima di andar via mi ha detto che a casa ha sempre fame, il poco che riceve non gli basta, mi ha detto che non è contento, desidera studiare. “Ho deciso, mi ha detto, che voglio venire a stare da voi”. Io l’ho accolto, ora mangia a sufficenza, pesa quasi 70 kili, si dà da fare e ha sempre il sorriso sulle labbra.

Di solito p. Joe accoglie ragazzini dai dieci anni in su, bambini che possano accudire a se stessi, almeno nelle cose essenziali, ma qualche mese fa, in un villaggio, ha incontrato un bambino di quattro anni, sua madre lavora a Bangkok e suo padre non lo si vede da prima della nascita, la nonna non ha le forze per prendersene cura e nel villaggio non ci sono parenti che lo possano allevare, mangia saltuariamente ed è praticamente quasi abbandonato. “Ho fatto un’eccezione – mi dice quasi per giustificarsi – come potevo lasciarlo in quelle condizioni. Certo non è facile, non riesco a trovare volontari che mi diano una mano e non ho personale qualificato per questo tipo di lavoro, ma mi conforta il fatto che qui i bambini sorridono, si divertono e, spesso, mi dicono che stanno meglio qui che a casa loro”.

Il Centro, per ora, risponde, secondo standard minimi, alle urgenze più immediate di accoglienza e cura dei bambini. Le risorse non sono molte, ma la buona volontà è tanta e questa supplisce a molte carenze. Padre Joe mi racconta che il suo metodo di formazione è molto legato alla cultura in cui vive e da cui provengono questi bambini. “Anche loro – mi spiega -, in quanto Hmong, hanno forte coscienza della loro libertà e autonomia e allora io cerco di far leva sul senso di responsabilità. Questa è casa loro, questa è la loro famiglia e anche loro sono chiamati a dare un apporto personale alla vita di tutti i giorni. Ognuno impara a far da mangiare, si prendsi cura degli ambienti, cerca di studiare secondo le sue capacità, aiuta i compagni. E poi – continua – ho scoperto che ciò che li rende orgogliosi è prendersi cura degli animali, come nel villaggio, allora ho dato a ciascuno l’incarico di allevare un maialino. Io lo compro e loro devono nutrirlo, lavarlo, farlo crescere. È stupefacente quanto profonda e coinvolgente è questa esperienza. Certo ha anche il suo lato problematico perchè il porcellino cresce in fretta e non si possono tenere 32 maiali adulti nel recinto”.

Padre Joe non ha nessun diploma in Scienze della Formazione, ma ha un cuore grande e riesce a regalare un po’ di gioia e di speranza ai ragazzini che passano da lui. Sa benissimo che il futuro di questi bambini sarà duro, si rende conto che non faranno carriere brillanti, ma sa che se che se trovano affetto, se capiscono  il valore della compassione avranno ciò di cui hanno bisogno per affrontare la battaglia della vita.