Giorni di quarantena in Mankhao

Giorni di quarantena in Mankhao

 

Giuseppe, un mio caro amico, mi ha inviato una frase da un “romanzo apocalittico” (come lo chiama lui) che, forse, alcuni di voi avrenno letto: Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né lora, una frase circa gli ultimi tempi nei quali si scopriranno le cose più importanti della nostra vita, quelle cose che danno senso alla nostra esistenza. Una frase, insomma, che ci invita ad una veglia attiva di preparazione, un lavoro costante su noi stessi per essere pronti per il grande giorno.

Ma quando verrà questo giorno? noi lo vorremmo sapere! Ecco la risposta, sempre dal medesimo “romanzo apocalittico” : “Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il momento della salvezza”. Questa è una frase pasquale che ci svela il valore del tempo che passa, di ogni istante che compone la nostra vita e ci ricorda che, per quanto banale esso sia, quell’istante è pieno della presenza discreta di Colui che ci vuole bene e cammina sempre accanto a noi.

Scusate la piccola digressione, ma mi sono permesso di rubare un po’ del vostro tempo perchè in questo periodo, così particolare e drammatico che stiamo vivendo in ogni parte del mondo, sento che proprio la frase appena citata rispecchia la mia esperienza. Anch’io, nel mio villaggio, sono in una specie di quarantena, diversa dalla vostra, forse, perchè il posto dove vivo è isolato e il responsabile non permette a nessuno di entrare nel villaggio (qui c’è una gran paura di un virus che potrebbe sconvolgere la vita di ciascuno di noi ecco perchè anche noi siamo in una zona rossa).

Io vivo nella mia casetta e, dopo l’introduzione del coprifuoco e le misure restrittive, ho fatto un po’ di scorta alimentare per non disturbare nessuno e trascorrere la mia quarantena nel rispetto delle regole. Mi sembrava strano vivere in una quasi totale solitudine, ma, mi sono detto, in fondo io non ho famiglia, non ho persone vicine con le quali vivere questa emergenza. Ero perfino un po’ preoccupato, ma proprio allora mi è venuta in mente la frase del famoso “romanzo”: “Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il momento della salvezza”, quasi a ricordarmi che il tempo passato in quarantena mi avrebbe riservato delle sorprese, avrebbe portato qualcosa di nuovo e inatteso nella mia vita. Non ci crederete, ma è stato proprio così. Il mio impegno pastorale si è drasticamente ridotto, ogni tanto vado a visitare qualche malato e quando per via incontro i miei parrocchiani essi mi salutano stando a debita distanza, poi rientro a casa dove mi preparo da mangiare, studio un po’, metto in ordine le cose della sagrestia, leggo qualcosa, annaffio il giardino, prego, qualche volta passeggio nella foresta; tutte cose semplici, senza pretese, che però mi aiutano a vedere la mia vita da un’angolazione diversa. Piccole cose che scandiscono lo scorrere del tempo e mi insegnano ad apprezzare ogni istante della giornata. La mia attenzione non è proiettata sul futuro, sulle cose che dovrò fare e per le quali dovrei prepararmi, ma è tutta lì, in quelle piccole azioni che si susseguono una dopo l’altra.

Dopo qualche giorno dall’inizio del coprifuoco i miei parrocchiani mi hanno fatto un grosso regalo, mi hanno accolto nella loro famiglia. Il prete per quanto sia vicino ai suoi fedeli è sempre una persona sola e la solitudine, talvolta, non è una situazione gradevole e ciò non sfugge a nessuno nemmno ai miei parrocchiani. Una mattina, piuttosto presto, sento bussare alla porta, mi affaccio per vedere chi è, e se, per caso, qualcosa di grave sia capitato nel villaggio e invece una signora con la sua bambina sono li, davanti alla porta, con un pesce fritto e del riso glutinoso per la colazione del loro parroco. Beh, ho pensato, con questa famiglia abbiamo un buon rapporto e la loro attenzione nasce da affetto reciproco, ma prima di pranzo un’altra signora mi chiama per darmi un khaw tom, una ciotola di riso bollito per il pranzo. Da quel giorno molti dei miei parrocchiani si sono presentati in canonica con della carne, delle verdure o della frutta e allora ho capito che quel cibo era il segno di qualcosa di straordinazio, la mia gente mi voleva dire che in quel momento io ero parte della loro famiglia ed essi si prendevano cura di me come si prendono cura dei loro cari.

Le celebrazioni della Settimana Santa sono state alquanto insolite, a volte veniva il catechista, ma con poca assiduità; anche lui ha un nipotino piccolo in casa e dei genitori anziani. Ma prima della messa della Notte di Pasqua ho visto un po’ di movimento intorno alla piccola chiesa (qui si possono radunare fino ad una cinquantina di persone alla volta). Mi chiedevo cosa fosse, poi ho scoperto che quelle poche persone volevano partecipare alla Veglia Pasquale. Non erano molte e la distanza di sicurezza era abbondantemente rispettata, le mascherine erano a norma e il liquido per lavarsi le mani ampiamente disponibile. Quel piccolo gruppo mi raccontava della fede dei miei fedeli; non avevano sentino il richiamo di nessuna campana, non avevano nessun obbligo di presentarsi, ma non volevano perdere quel momento, non potevano rinunciare a quell’incontro con il loro Dio. È stata una celebrazione stupenda per il povero parroco di montagna.

Allora, vedete, io credo che noi dobbiamo vegliare certo, essere sempre vigili, ma non solo in attesa del grande giorno che verrà in un futuro non meglio definito, ma proprio per non lasciar passare quel momento che ci è donato ora unico momento favorevole, irrinunciabile istante di salvezza.

 

Buon Tempo Pasquale a tutti e grazie per essermi vicino.