Lettera di Natale 2014

È sempre con piacere che mi metto a scrivere la Lettera di Natale perchè è un momento nel quale vi sento particolarmente vicino, sento che condividete con me il lavoro missionario che la Chiesa mi ha affidato.

Il primo pensiero tuttavia non va al mio lavoro in Thailandia, ma al vostro impegno nella chiesa locale alla quale appartenete. Quest’anno ho trascorso un paio di mesi in Italia e ho potuto visitare le vostre comunità, le vostre parrocchie, e sono rimasto molto impressionato dall’impegno e dai frutti che un occhio estraneo non manca di notare. Ho visto comunità che hanno una radicale vocazione missionaria, comunità parrocchiali che sono un segno di vita nuova in un contesto difficile, ho incontrato persone, compresi i nostri padri, che lavorano con perseveranza in ambienti indifferenti se non ostili. Vi ringrazio per tutto questo, vi ringrazio per come mi avete accolto nelle vostre comunità, nelle voste parrocchie e nelle vostre famiglie, l’unico rammarico è che non ho potuto visitare tutti… la prossima volta!

Dal Natale scorso un sacco di cose sono capitate nella mia parrocchia; io e il mio confratello, padre June, abbiamo cercato di rispondere alle sollecitazioni di un mondo complesso com’è la nostra realtà di periferia di una grande città. Quasi un anno fa, quando ci siamo trovati per elaborare una strategia che potesse rispondere alle tante esigenze, abbiamo pensato di mettere al centro della nostra pastorale parrocchiale il carisma che ci distingue: evangelizzare i poveri. Non è stato molto difficile concretizzare questa idea, c’era solo l’imbarazzo della scelta: ragazzi dello “slam” (una serie di baracche lungo i canali del quartiere) dietro la nostra parrocchia, rifugiati pakistani che continuano ad arrivare nella nostra città e che attendono di andare in un altro Paese, lavoratori immigrati da Paesi vicini che cercano un impiego per sopravvivere, gente trascurata tra i nostri fedeli che ha bisogno di un po’ di attenzione e di qualche cura. Abbiamo imbastito alcuni micro-progetti (così li chiamano visto che la gente povera non ha bisogno che di poche cose essenziali) per poter dare una mano. Non ci facciamo molte illusioni, questi progetti sono veramente micro anche perché i bisogni sono sterminati (ho scoperto che quello che diceva Gesù è proprio vero: i poveri li avrete sempre con voi! e sono tanti! (questo lo aggiungo io) mentre le nostre risorse sono sempre limitate. Non importa; noi vorremmo solo essere un segno di qualcosa di più grande, un segno di speranza.

Qualche giorno fa Kun Yoko, un’anziana signora, mi ha telefonato mettendomi un po’ in imbarazzo; quando ho risposto alla sua chiamata non mi ha fatto parlare ringraziandomi continuamente. A dire il vero non avevo fatto molto. Kun Yoko è una nostra parrocchiana, è sola, non ha parenti, non ha amici, sempre chiusa in una stanza a pregare. Una giovane donna ha avuto compassione di lei e ha pagato per anni l’affitto della casa dove viveva, l’ha accudita, per anni è stata la sua compagnia; ma ora le cose non vanno bene nemmeno in Thailandia e questa signora è a corto di risorse, deve lavorare molto e non può più badare all’anziana signora. Io ho parlato con loro e poi ho trovato una casa per anziani, dignitosa, dove lei potesse stare. Solo un po’ di interesse, qualche telefonata e le cose si sono risolte per lei e per la persona di buon cuore che l’ha trattata come una madre per tanti anni. Piccole cose che regalano felicità.

Quando vado a trovare qualcuno nello slam dietro la parrocchia mi sembra di soffocare.

L’ultima volta quasi sbattevo la testa contro un tetto sporgente fino a metà del viottolo che separa le due file di case; ogni volta che ci vado mi chiedo come facciano i ragazzini ad avere una vita normale in questi posti claustrofobici. Quest’anno abbiamo cominciato un progetto di adozioni a lungo termine per premiare soprattutto i ragazzi che si impegnano a scuola, che hanno buoni voti, e poi abbiamo organizzato delle attività settimanali negli ambienti della parrocchia, un po’ più ariosi e sufficentemente ampi. Questi ragazzi non sono un modello di comportamento; qualcuno si lamenta: “non sono nemmeno cattolici!”; ma perché non rischiare? perchè non dare un’opportunità e far sì che siano loro stessi, un domani, a trovare soluzioni per la loro gente? Piccole cose che danno una speranza!

Un’altra gossa sfida per noi sono i rifugiati. Lo so, ce ne sono molti anche in Italia, ma qui è un po’ diverso; la situazione è complessa perchè questa gente non ha diritti e, quando si è fuori legge, ogni sopruso è concesso. La parrocchia di san Michele, la mia parrocchia, è incaricata di dare un aiuto di emergenza a queste persone e ogni mese distribuiamo circa 170 pacchi viveri per famiglie che sono in difficoltà, ma questa gente non ha bisogno solo di cibo.

I Pakistani arrivano in Tailandia perchè sono una minoranza cristiana perseguitata. Un amico di Karachi, papà con quattro figli, mi ha invitato a benedire la sua casa, poi mi ha preparato uno straordinario briani (il loro cibo locale) e ha voluto raccontarmi la sua storia, sconcertante! Quando ho visto le foto di suo padre, cristiano, che era stato accoltellato dal suo vicino per invidia, ma con la scusa di aver detto cose contro il Profeta, ho toccato con mano quanto la follia umana non ha limiti. Quello che lo ha ucciso stranamente si è dileguato senza subire alcuna conseguenza del suo atto. Chi vive situazioni del genere ha bisogno di cibo, certo, ma anche di speranza ed è per questo che ho deciso di visitare le comunità pakistane a Bangkok e celebrare la messa con loro, regolarmente; vorrei che sentissero che il Dio del perdono, il Dio dell’amore che non conosce limiti è con loro e che la comunità cristiana non li lascia soli. Il mio viaggio settimanale nei vicoli remoti della città è un continuo Natale: Dio si fa sempre presente in un mondo povero. Io celebro la messa in stanze piccole, chiuse e senza aria, la gente che partecipa è di solito povera e senza lavoro; poi ci sono i bambini, tanti, che non riescono a stare fermi ai piedi del tavolo che usiamo come altare; gli anziani stanno un po’ indietro, ma, lo stesso, si vede nei loro occhi il grande desiderio di andare in un Paese ospitale e sicuro, anche se il loro corpo è rotto dagli acciacchi della vecchiaia che limita velocemente i loro giorni. Le nostre messe sono solenni nelle terrazze dei condomini sotto la volta della più bella cattedrale che Dio ci ha dato, o nei corridoi ai quali si affacciano camere piene di odori di cucina; si canta ad altra voce, si risponde alla messa quasi gridanto forse per paura che Dio sia troppo lontano per sentirci. Per fortuna che il nostro Dio è nato in una stalla così non si trova a disagio quando lo invitiamo sui nostri altari un po’ sconnessi, quando lo prendiamo nelle nostre mani poco curate.

Ora chiudo la mia lettera e vi invito, in questo Natale, a ricordarvi della nostra missione in Thailandia e in modo particolare quella di Bangkok. Quando, durante la Veglia, sarete in una chiesa tutta addobbata e la celebrazione sarà perfetta pensate anche a noi che accogliamo Cristo in chiese che di grande e bello hanno solo la fede, a volte incerta, come la nostra, di tanta povera gente.