E… se fossimo diversi!

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Vivo in Asia ormai da vari anni, immerso in una cultura, una religione, una società che non è la mia. Il tempo è scivolato via quasi senza accorgemene. Ho visto che il mio lavoro e il lavoro di tante persone che parlano del Vangelo ha un impatto minimo e quasi insignificante su questo popolo. Il cristianesimo è per loro una religione straniera e i cristiani, spesso, hanno accogono il messaggio di Cristo, portato dalla chiesa, nelle sue espressioni più esteriori e il loro mondo di valori è rimasto quello di prima. Se all’inizio trovavo questo quantomeno strano, col passare degli anni ho dovuto ricredermi e convenire che per un Thai diventare veramente cristiano è tutt’altro che facile. Ma forse non è la stessa cosa per ciascuno di noi? Ora comincio a chiedermi quale sia il senso di tanta diversità nel nostro mondo, mi chiedo perchè ci sono tante religioni, tante culture. La diversità crea tensione e disagio, ma forse questo disagio viene dal nostro eccessivo desiderio di semplificazione, noi malsopportiamo la complessità e la varietà ci appare come disordine.

Era il tardo pomeriggio di un giorno di festa, il cielo era di un grigio fumo e il monsone stava arrivando con la sua straordinaria energia. Aspettavo la pioggia, nella sala dove si erano radunate più di trecento persone, mentre ascoltavo distrattamente una conferenza sul rapporto tra unità e diversità. Nella mente rimbalzavono due parole che si confondevano: unità e uniformità. Mentre le prime gocce di pioggia cominciavono a cadere con un ticchettio lieve e alcune foto di sorridenti monaci buddisti scorrevano sullo schermo e una ragazza, anche lei buddista, raccontava un’esperienza tanto simile a quella sentita molte volte tra buoni cristiani. Mi chiedevo, mentre lei parlava, se davvero dobbiamo essere proprio tutti uguali, vestirsi tutti allo stesso modo, fare tutti le stesse cose, avere lo stesso credo per poi sentirci, in tale uniformità, sommamente originali.

Un lieve vento si stava alzando e dalla grandi finestre seguivo il riposante ascillare degli alberi. Perchè la differenza ci dà così tanto fastidio? Perchè la sopportiamo con grandi ed ebeti sorrisi solo quando siamo ospiti? Perche amiamo andare alla ricerca di culture lontane che ormai si trovano solo in finti villaggi, per turisti, e amiamo prendere a prestico dei costumi tradizionali, fare qualche foto da postare su Facebook, per poi tornare a casa e sentirci in imbarazzo quando le stesse culture bussano alla nostra porta e ci chiedono di essere riconosciute e accettate nella loro diversità?

Ormai la pioggia era diventata insistente e il vento piegava pesantemente gli alberi, il conferenziere parlava di unità nella diversità, quasi una contraddizione, usava la parola rispetto e accoglienza del diverso, in fondo la diversità è una ricchezza che da colore alla vita , la diversità fa parte della nostra natura, la diversità è ineludibile, diceva. A quel punto mi è venuto in mente san Paolo, anche lui alle prese con lo stesso problema a Corinto. Quella città sulla riva del mare che aveva appena incontrato il Cristo e percepiva come lo Spirito di quel galileo mettesse in luce tanti carismi, tante differenze, tanti doni, cosi li chiamava, che Dio aveva dato a ciascuno. Certo quella diversità creava tensione, era difficile da manovrare, perfino da accettare, ma Paolo, proprio ispirato dallo stesso Spirito, aveva trovato il modo di darle un senso: In un corpo – diceva – la diversità è il principio di una vita ordinata, il riconoscimento della diversità garantisce la salute del corpo stesso. Mi chiedevo: non è che forse Dio capisce la complessità meglio di noi? Non è che forse lui ci ha creati più complessi e poliedrici di quanto noi stessi pensiamo e proprio nel vivere dentro questa complessità, nell’accogliere questa poliedricità noi vinciamo la noia e la banalità dell’omologazione e possiamo esprimerci nella libertà, nell’originalità di cio’ che siamo? Non avevo risposte.

Ormai al di la del vetro si era scatenato il finimondo, la pioggia era torrenziale e il rumore assordante, il vento sibilava e piegava gli alberi quasi fino a terra. Abbiamo organizzato un incontro, continuava il conferenziere appena percettibile, con esponenti di tante religioni, non eravamo certi del risultato e temevamo che tutto si trasformasse in un rissosa diatriba teologica. Tutti hanno parlato del proprio credo, del proprio mondo di valori, la sala era un mare di colori e così era la diversità tra di noi. Tutti si parlava una specie di lingua franca, spuria forse, ma comprensibile, cio’ che invece non era chiaro era il messaggio, l’approccio, il fondamento e forse l’obbiettivo di così tanta diversità. Nella mente si accalcavano tante obbiezioni, tante precisazioni che non diventavono suono solo per rispetto di quell’uomo, di quella donna diversa che mi stava di fronte. Sono stati tre giorni di tensione, tutto sarebbe potuto andare storto, tutto avrebbe potuto prendere una piega drammatica, come in una giornata sconvolta da un monsone d’estate. Alla fine ci siamo abbracciati, continuava con un certo sollievo il conferenziere, e con un grande sorriso sulle labbra e un po’ di emozione negli occhi, ci siamo riconosciuti amici, forse, fratelli.

All’orizzonte il cielo cominciava rompersi e in quel mare grigio si intravvedeva uno spiraglio di blue, una piccola apertura che parlava di un mondo diverso, inimmaginabile nella sua bellezza, infinito nella sua profondità. Il vento era un ottimo alleato di questa speranza perchè piano piano spazzava via le nuvole che formavano quella cappa pesante. Era cambiato anche l’orrizonte dentro di me e altre due parole sostenvano un nuovo mondo di pensieri: unità nella diversità. Nsulle vie di questo piccolo mondo, siamo diretti verso una medesima meta, ma la via per raggiungerla non è la stessa. E se fossimo davvero diversi! irragionevolmente diversi! Se proprio lo stupore, il rispetto e l’accoglienza di questa diversità fosse la via per un mondo straordinario che ancora non conosciamo  fatto di colori, di suoni, di sensazioni sempre nuovi. Un mondo che trova il suo ordine accogliendo la complessità e persegue la sua perfezione attraverso la diversità.

Un monsone tropicale non è affatto un temporale estivo anche se gli elementi sono gli stessi, ma entrambi ti parlano di una bellezza che noi conosciamo solo in superfice. Questo è quello che mi ha insegnato l’Asia.